Marina B. a Palermo
Avanti così e prima o poi la chiameranno “trattativa stato-Berlusconi”. Tanto valeva spiegare subito che cosa sta accadendo tra Arcore e la procura di Palermo. Non sappiamo se abbia avuto questa stessa impressione, Marina Berlusconi, prima di inviare al Giornale e a Libero una lettera fotonica contro il contegno persecutorio dei magistrati isolani e del loro corteggio mediatico. Nella sua lettera, pubblicata ieri, Marina B. fa l’inventario delle sconcezze cui è stata sottoposta nelle ultime settimane.
10 AGO 20

Avanti così e prima o poi la chiameranno “trattativa stato-Berlusconi”. Tanto valeva spiegare subito che cosa sta accadendo tra Arcore e la procura di Palermo. Non sappiamo se abbia avuto questa stessa impressione, Marina Berlusconi, prima di inviare al Giornale e a Libero una lettera fotonica contro il contegno persecutorio dei magistrati isolani e del loro corteggio mediatico. Nella sua lettera, pubblicata ieri, Marina B. fa l’inventario delle sconcezze cui è stata sottoposta nelle ultime settimane. Tutto comincia con una convocazione da Palermo in qualità di persona informata sui fatti – un conto in comune col padre, chiuso sette anni fa e da lei mai utilizzato dal quale sono partiti soldi in direzione di Marcello Dell’Utri –, convocazione che i giudici palermitani hanno anzi beffardamente corredato con l’intenzione esplicita di “tutelare una persona offesa”. Ma offesa da che? Marina B. è stata, sì, oltraggiata – spiega lei – ma non certo da Dell’Utri e dalla sua amicizia con il Cav. Gli schiaffi subiti sono quelli inferti dalla “efficientissima gogna mediatica che non riposa mai”; la gogna in omaggio alla quale si infligge a Marina un’umiliante passerella Milano-Roma piuttosto che mandarle un finanziere a presentarle le inutili domande di rito.
Oltretutto questo è accaduto proprio mentre Silvio Berlusconi otteneva dalla Cassazione il sacrosanto diritto di negare ai pm palermitani la soddisfazione per una identica e più rumorosa gogna personale. Così alla fine il bersaglio vicario è diventata la figlia, offerta al banchetto macabro della mascariatura televisiva – “nei tg della sera la mia foto si mescola con quella dei boss e di orribili stragi” – e dell’insinuazione piombata sui giornali: “Mi descrivono come una teste evasiva o che aveva l’unica preoccupazione di evitarsi problemi”. Conclusione: “La trappola infernale è scattata”. E il contrattacco, inevitabile, c’è stato. Resta soltanto da domandarsi se veramente il procuratore capo Francesco Messineo aveva messo in conto questo, con la sua titubanza oggettivamente solidale nei confronti dell’urlatore Antonio Ingroia e dei suoi colleghi: lasciare nella sua procura palermitana un deposito di veleni e conflitti istituzionali che sarà difficile bonificare in poco tempo.